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C’è un bel giardino nel mondo: fascismo e scuole rurali

  di Patrizia Vayola

i registri come fonte: la frequenza

Il maestro Bonaiuto insegnò in una pluriclasse, che comprendeva gli studenti di quarta e quinta, dal 1930-31, e la documentazione relativa si è conservata fino al 1936, mancano invece i dati riguardanti gli anni precedenti, dei quali possediamo solo la relazione finale del 1929-30, anno durante il quale lavorò con gli studenti di terza e quarta insieme: egli conobbe dunque tutti i ragazzi in età scolare del paese: circa 120 dal 1929 al 1936.


allievi della scuola elementare di Cantarana nel periodo fascista

Un primo problema per il quale possiamo chiedere risposta ai documenti del Bonaiuto è quello relativo all'osservanza dell'obbligo scolastico. Analizzando i dati relativi alla selezione, risulta infatti che gli studenti, in una percentuale media che oscilla intorno al 30 per cento, non riuscivano a superare l'anno sia perché bocciati sia perché ritiratisi prima degli scrutini. Costoro raramente si iscrivevano di nuovo, tanto che è possibile calcolare che solo poco più del 50 per cento degli studenti del nostro maestro abbia concluso il corso di studi. Inoltre, analizzando l'età degli iscritti alla quinta, notiamo che la maggior parte, con percentuale media superiore al 50 per cento, arrivava all'ultimo anno del corso di studi avendo superato gli 11 anni, avendo cioè alle spalle dagli uno ai tre anni di bocciatura e relativa ripetenza. Alcune volte troviamo notizie relative alle cause degli abbandoni, che vengono giustificati con certificati medici attestanti malattie, altre volte si tratta di trasferimenti della famiglia in altre località, solitamente dei dintorni, oppure a Torino, ove, in qualche caso, gli studenti vanno anche da soli per studiare in collegio. Dell'abbandono di alcuni alunni però non si danno motivazioni significative; si nota anzi che spesso costoro frequentano la scuola, pur con risultati insufficienti, per tutto l'anno scolastico ma poi la disertano in occasione delle verifiche finali o degli esami, estromettendosi volontariamente perché consapevoli delle scarse possibilità di riuscita. Infatti, a parte gli ammalati e altri rari casi, non risulta, sui 180 giorni che normalmente componevano l'anno scolastico, un numero significativo di assenze, se si eccettuano, e il maestro spesso se ne lamenta, quelle in concomitanza con la vendemmia o la mietitura. A commento delle vacanze pasquali del 1936 infatti egli scrive: “Sempre la mia solita personale critica: vi sono troppe vacanze durante l'anno; e sarebbe bene che s'intensificasse la scuola tutti i giorni (esclusa la domenica) per mettere in libertà gli alunni di campagna dai primi di giugno fino ai 15 di ottobre o anche 1 novembre. Ma... Ma. .. Ma... ”.

Anche l'orario delle lezioni (9,00-11,50 e poi 13,00-15,00 in inverno, 8,00-11,00 e poi 14,30-16,30 da marzo in poi, secondo l'orario normale, tranne deroghe per particolari condizioni, per cinque giorni la settimana, essendo il giovedì festivo) non convince il nostro maestro che infatti annota, nel 1935: "Con l'inizio del mese di marzo si fa orario normale avendo dovuto fare nei mesi invernali speciale orario per le strade pessime e la distanza degli scolari per andare alle loro case per il pranzo. Il maestro scrivente ad evitare di tali orari speciali che vanno a detrimento della salute dei maestri, e ad evitare che l'orario normale, ottimo per i maestri, e male per gli scolari, essendo il paese sparso, anzi tipicamente sparso, proporrebbe un orario continuato di ore 4 e minuti 10 al giorno (per sei giorni settimanali) con ricreazione di mezz'ora a metà dell'orario, opportunamente combinata e sotto la cura dei maestri. I bambini per andare a casa si stancano troppo, molti giorni, in marzo e aprile, sono pessimi, e se i bambini non vanno a casa si fermano in cascine lontane a giocare due ore, non custodite ... Insomma ... la mia esperienza e anche la mia cura e il mio affetto per gli scolari non fa vedere bene l'orario normale che potrà essere adatto in molti paesi che hanno topografia ... normale; ma il nostro che è di ubicazione anormale dovrebbe avere orario adeguato. So che le famiglie sarebbero contente”.

L'assiduità degli studenti nella frequenza comunque è confermata, secondo i resoconti di Bonaiuto, anche in caso di brutto tempo; egli, ad esempio, annota al 4 febbraio del 1933: “Giornate pessime e rigide: i bambini sono infreddoliti e giungono a scuola infangati. Fanno più pietà gli scolari provenienti dal Bricco Grosso essendovi una strada pessima, e quelli della Collina Torrazzo.
Apprendo che gli scolari vengono portati a spalla dai genitori per un buon tratto di strada. In classe serve bene la stufa. Ma se invece della stufa vi fossero altri mezzi di riscaldamento (con espedienti meno rudimentali) sarebbe un bene
”.

Altri dati di un certo interesse ricavabili dai registri sono quelli relativi alle condizioni economiche delle famiglie: esse sono però descritte con una gamma di aggettivi che serve più che altro a delimitare il confine tra autosufficienza e bisogno. A fronte di una indifferenziata massa di “abbienti”, troviamo infatti un 20-30 per cento di ragazzi definiti, di volta in volta, come provenienti da famiglie numerose oppure in condizioni di disagio o di povertà; spesso nei confronti di costoro interviene il Patronato scolastico che si limita tuttavia a dispensare matite e quaderni. Non ci sembra che da queste indicazioni possa emergere un quadro delle reali condizioni sociali dei cantaranesi, in quanto la gamma di valutazioni è troppo generica nella parte alta della scala e impedisce perciò di cogliere significative differenziazioni al suo interno. D'altra parte, fatte le debite proporzioni, non sembra che la diversa collocazione sociale, almeno come è ricostruita dal Bonaiuto, influenzi le possibilità di promozione, incida, cioè, sulla selezione.