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Sulla prima guerra mondiale

Una “squadrazza” contro il filo spinato

Aurelio Baruzzi, ricordato, nella storia della Prima Guerra Mondiale, come colui che, per primo, portò il Tricolore a Gorizia, scrisse e diede alle stampe un diario che annota tutte le vicende della sua vita di guerra. Da esso, noi, abbiamo tratto i passi che riguardano specificatamente gli avvenimenti accaduti sul fronte dell’Isonzo.

AL CORSO ALLIEVI UFFICIALI

È qui, nei locali di una filanda, che sono accantonati gli allievi ufficiali del Corso al quale siamo assegnati, provenienti dal IV e VI Corpo d’Armata. Vi sono molti romagnoli, appartengono quasi tutti alla Brigata Casale, che ha il suo deposito a Forlì ed a Cesena. Alcuni allievi sono della Pavia, provenienti da reggimenti che hanno deposito a Ravenna ed a Ferra. Sono quasi tutti volontari di guerra: anime accese, spiriti bollenti; romagnoli di vecchi stampo, mazziniani ribelli…
Macrelli e Marinelli sono due valenti oratori: hanno prima riscaldato le folle con i loro infiammati discorsi interventisti; poi, alle parole hanno fatto seguire i fatti, arruolandosi volontari in reggimenti di fanteria. Siamo diventati in breve buoni amici: ed allorché un improvviso allarme ci ha avvicinati alla trincea, abbiamo subito costituito la “squadrazza romagnola”, chiedendo il privilegio di essere incaricati quali portatubi e tagliabili per distruggere i reticolati nemici. Sovente le ore di studio sono intercalate da vivaci discussioni politiche, il cui tono è quasi esclusivamente dato da Macelli e Marinelli.
Le esercitazioni si svolgono per lo più sulle rive del torrente Iudrio, il quale, prima dello scoppio della guerra, segnava il confine tra l’Italia e l’Austria. Sono esercitazioni troppo schematiche, con frequenti istruzioni sull’ordine chiuso, veramente eccessive per ufficiali di fanteria che tante cose debbono ancora apprendere sulla guerra moderna che si sta combattendo.

18 ottobre 1915
Incominciano gli esami, con un certo anticipo a causa della forte necessità di ufficiali subalterni, per coprire gli enormi vuoti creati dalla recente offensiva. Dopo un paio di giorni, vi è nuovamente l’allarme; probabilmente si tratta di un’altra esercitazione; e questa volta, molti di noi, per non appesantire troppo lo zaino, lasciano nell’accantonamento le munizioni di riserva, e tante altre cose non indispensabili per una marcia di addestramento. Ora si marcia verso Medana e San Floriano, in direzione del Sabotino. Apprendiamo così che l’allarme e veramente un … “allarme” sul serio. Raggiunta nella notte una località tra Medana e San Floriano, ricostituiamo subito la “squadrazza romagnola”, pronta ad entrare in azione con i tubi di gelatina e pinze tagliabili (le bombe ci sono ancora in gran parte sconosciute). La nostra offensiva è questi giorni in pieno sviluppo sul Monte Podgora (Calvario) e sul Monte Sabotino: i due terribili monti che formano l’ossatura della “testa di ponte di Gorizia”, che gli Austriaci hanno potentemente organizzato a difesa della città. Il Podgora sta proprio davanti a noi, brullo, e di color rossiccio per la terra continuamente sconvolta dalle granate. Non è molto alto, anzi la sua quota maggiore è di soli 240 metri; ma la sua configurazione, a quote susseguentesi, sembra fatta apposta per sbarrarci la strada di Gorizia. In vece il Sabotino, è molto più elevato, ed ha una sola gobba alta 609 metri, con pendenza molto accentuata.
Alla sera del 22 sembra che il Sabotino stia bruciando. Due immense strisce di fuoco, una verso la cima e la seconda un poco più in basso, a forma di ferro di cavallo, illuminano tragicamente la parte superiore del monte. L’ansia nostra di notizie è intensa; ma le notizie si accavallano, senza che nulla si possa sapere di preciso.
Attendati sul rovescio di una collina, sono subito ripresi gli esami a ritmo accelerato. Il nemico, certamente informato della presenza di un reparto di allievi ufficiali, ha inviato a farci visita alcuni granatoni da 305, uno dei quali, caduto a breve distanza dal luogo dove ci troviamo inquadrati per gli esperimenti, ha lanciato in aria, per oltre una ventina di metri, un innocente mulo che si trovava a breve distanza da noi. Ciò ci è servito a liquidare il Corso in brevissimo tempo: infatti, nella stessa giornata si sono affrettatamente conclusi gli esami. E nella notte siamo riaccompagnati in camions a Brazzano a ritirare i nostri indumenti, colà lasciati. Vengono subito assegnate le destinazioni: e, ancora prima dell’alba, gli stessi camions ci riportano al fronte per raggiungere i relativi reparti.
Purtroppo non ho la possibilità di salutare l’amico Guido; al momento della mia partenza per il fronte, il camion, sul quale egli aveva preso posto, non è ancora giunto a Brazzano. Né mi è stato possibile conoscere la sua destinazione.
Commoventi sono i saluti: eravamo tutti ben affiatati, ed abbiamo vissuto due mesi imperfetta comunità di studi, di pensieri e di propositi. E’ con sincero dolore che ci separiamo, forse per non rivederci mai più. E la “Squadrazza?”. Purtroppo si è dovuta sciogliere: che destinato alla Brigata Re, chi alla Cuneo, alla Treviso e Pistoia; altri alla Pavia e Casale. Sono le valorose Brigate del VI Corpo d’Armata, che operano dal Sabotino all’Isonzo, presso Villa Fausta, nella testa di ponte di Gorizia. Addio lieti cori, eseguiti con tanta passione nelle calme serate dopo lo studio, prima del silenzio; addio alle accese interessanti discussioni sul nostro intervento in guerra. Addio fieri propositi per la già imminente entrata in azione della “Squadrazza romagnola”, sotto i reticolati nemici. Ora, con la conseguita nomina ad ufficiale, un nuovo assai più importante compito ci attende, in quanto ci verrà assegnato un plotone di soldati da condurre al combattimento.