Dalla casa contadina al paesaggio e all'economia

Abbiamo già visto come ogni casa rurale d'Italia sia del tutto interdipendente con il paesaggio nella quale è inserita. Essa è infatti una casa-azienda e come tale ha contribuito a modellarlo attraverso le attività economiche che vi si svolgevano. Anche la casa rurale della provincia di Asti è un elemento importante del paesaggio agrario e con questo ha rapporti assai stretti, poiché era legata all'abbondanza di manodopera, alla piccola proprietà, alla coltivazione intensiva del vigneto.

Il paesaggio della collina, pur modificato profondamente negli ultimi quarant'anni, presenta immagini assai varie: dolce e ondulato quello del Monferrato, che si apre in ampie conche di fondovalle, più ripido quello delle Langhe. In entrambi i casi , profondi sono i segni dell'insediamento umano: territorio suddiviso in molti poderi, dispersione degli abitanti in piccoli nuclei e cascine; fitta rete di strade di campagna e sentieri lungo i confini, moltiplicati dal fenomeno della continua divisione dei fondi in piccoli appezzamenti.

Ma cerchiamo di capire meglio le ragioni storiche di queste caratteristiche. Se è vero che nell'area collinare piemontese vi è una diffusione molto precoce della piccola proprietà, che possiamo far risalire all'età medievale, è però soltanto tra la fine dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento che essa si afferma in modo massiccio. I proprietari di grandi appezzamenti, spesso di origini nobiliari e locali feudatari sotto i Savoia, si trasferiscono in città e vendono le terre. Molti erano in quel periodo i mezzadri o i fittavoli che riuscivano ad acquisire un fondo proprio, con un indubbio miglioramento per la loro condizione sociale ed economica.

Si cercava in tutti i modi di aumentare le dimensioni dell'azienda o della parte coltivata. Il modello era infatti quello della famiglia "multipla" o allargata, incentrata sulla figura e l'autorità patriarcale del capo-famiglia, a cui facevano riferimento anche i figli già sposati, che abitavano spesso con la moglie e i figli insieme ai genitori paterni e ai fratelli. Il patrimonio rimaneva così integro, anche se formalmente diviso tra i figli maschi, mentre alle figlie era assegnata una "legittima" in denaro. In tal modo si evitava anche di far ricorso a manodopera esterna, limitandola a volte a prestazioni a giornata o per poche settimane.

La terra era tuttavia spesso concepita come il mezzo migliore per occupare i componenti della famiglia, evitando per esempio il rischio concreto dell'emigrazione, ma molto spesso non era un investimento. Era sovente impossibile per il piccolo proprietario ( il "particolare") avere i mezzi per innovare i metodi di coltivazione e realizzare aumenti di produttività.

Il rapporto tra fabbricati rurali e suolo coltivato era oltretutto un elemento di difficoltà per la piccola proprietà di nuova formazione. Raramente tale rapporto è equilibrato: o la capacità dei fabbricati è superiore alla consistenza del podere (con effetti negativi sulle tasse e sull'aumento di spese per la riparazione) o i fabbricati sono insufficienti (con necessità di spese per riadattamento e ampliamento delle strutture).

Poiché i livelli di reddito della maggioranza dei neo-proprietari erano modesti e tutto il capitale disponibile veniva investito nell'acquisto della terra, la piccola proprietà collinare era contraddistinta da una assoluta carenza di capitali. L'estensione generalizzata della vite nelle zone collinari tra metà Ottocento e i primi venti anni del Novecento (compresa la coltivazione promiscua, cioè con prodotti coltivati negli interfilari) era legata alla necessità di passare a colture più redditizie, di rendere più intensiva la coltivazione, sfruttando terreni incolti o marginali, diminuendo la superficie a bosco. Tuttavia spesso eliminando boschi diventava perfino difficile trovare pali per la vigna; se mancavano prati diventava difficile mantenere gli animali; se mancavano i campi era addirittura difficile avere pane. Del resto il vino aveva seri problemi di commercializzazione e sovente non dava reddito adeguato.

Fin dagli anni Trenta una parte della popolazione collinare era costretta a cercare altre strade: migrazioni stagionali agricole verso la pianura, assunzione in affitto o mezzadria di piccoli appezzamenti, emigrazione verso l'estero o verso i centri del "triangolo industriale" (Torino, Milano, Genova), possibilità di usufruire di crediti da parte dello stato.

Tuttavia la piccola proprietà resistette ancora per molti anni, sia pure riducendosi numericamente e diminuendo poco per volta la superficie a vite. Negli anni Sessanta comunque la crisi toccò il culmine, anche perché nello stesso periodo l'Italia, e in particolare le sue aree più ricche, visse un momento di grande sviluppo industriale e di incremento dei consumi. Quel che era rimasto del vecchio mondo contadino collinare fu rapidamente spazzato via. Molti emigrarono o cambiarono occupazione, molte case furono abbandonate e solo dopo qualche anno vendute a nuovi abitanti, non più agricoltori. Oggi anche il paesaggio è molto mutato rispetto ad un tempo, ci sono molte meno vigne e più boschi. Oggi sopravvivono le aziende più solide e la produzione di vino, migliorata di qualità, è circoscritta alle aree più adatte. Le antiche case, che avevano subito cambiamenti per quanto riguarda i materiali fin dalla prima metà del Novecento, sono state sovente ristrutturate ed è cambiata la destinazione d'uso. Rimangono però uno dei più chiari segni lasciati dalla storia sul territorio.

(rielaborazione da Rapetti Vittorio, Uomini, collina e vigneto in Piemonte, Edizioni dell'orso, Alessandria,1984)